LA GABBIA MORTALE

8 11 2007

Uno dei principali effetti della rivoluzione industriale è stato il progressivo inurbamento delle città legato allo spopolamento delle campagne, con le relative drastiche conseguenze (nascita delle metropoli, affermazione di un altro ciclo produttivo, creazione di nuovi problemi e bisogni).
Ormai l’Italia è un paese che vanta numerose città medio-grandi (sopra i 200.000 abitanti) ed alcune metropoli.
Questo ha determinato un notevole cambiamento negli stili di vita dei suoi abitanti, degradandone notevolmente le condizioni umane e sociali.
Vivo a Roma da qualche anno e ho avuto modo di notare il comune denominatore dell’uomo moderno.
Si trascorrono due ore imbottigliati nel traffico, tra interminabili code di automobili, e si comincia la giornata accompagnati dallo stress: gente che urla disperata, un’aria irrespirabile, emersione di un clima ostile e conflittuale tra le persone.
Ci si rinchiude in un
ufficio anomalo (o in fabbrica a seconda delle professioni) uguale a tanti altri, lavorando tanto, tantissimo, nonostante il progresso dovrebbe in teoria incrementare la produttività riducendo la fatica.
Invece sono aumentate entrambi.
Il risultato è che l’uomo moderno, tipico abitante della metropoli, ha una continua ossessione: la mancanza di tempo e di denaro.
Non c’è ne abbastanza per lavorare e produrre venendo incontro alle assurde richieste di una società sempre più veloce e proiettata verso il nulla.
Non ne ha per solidarizzare con i suoi simili, stringere amicizie profonde o coltivare un amore intenso, troppo preso da continui impegni ed appuntamenti di ogni genere.
Ne ha pochissimo per coltivare i propri interessi, il famoso “ozio creativo”: leggere, studiare, andare al cinema, divertirsi.
Ha un rapporto sempre meno diretto con la madre di tutti noi: la natura.
I parchi pubblici diventano piccole oasi paradisiache che nel week end subiscono l’invasione orgiastica di famiglie oppresse dalla continua routine settimanale.
Infine durante l’inverno il sistema produce il massimo dell’orrore esistenziale: la passeggiata al centro commerciale, protesi all’inseguimento delle interminabili offerte e degli infiniti bisogni indotti, quindi inutili, dal marketing e dalle aziende.
In un ciclo continuo, folle, suicida. Come mai tra sabato e domenica il grande raccordo anulare è pieno di automobilisti che fuggono da Roma?
La vera vita non è nelle città, è fuori. Dove c’è la campagna.
La rivoluzione industriale deve ancora compiere un altro passaggio decisivo: il contrario di quello che ha fatto negli ultimi due secoli.